Sul monopolio SIAE e le conseguenti polemiche

Pubblichiamo le riflessioni del nostro Presidente Andrea Marco Ricci riguardo alle recenti polemiche sul tema del monopolio nella gestione collettiva dei diritti d’autore.

‟NON RIESCO A TACERMI! Sono francamente SCONCERTATO dalla superficialità con cui, almeno tra addetti ai lavori o colleghi, affrontiamo certi temi. Lo dico in generale, senza volere offendere nessuno.

Posto che la moglie del Ministro non “gestisce” gli immobili di SIAE (vedi comunicati stampa con anticipazione di querele, per le quali non capisco lo stupore, in uno stato di diritto)…ma davvero basta sbandierare un ipotetico conflitto di interessi per rendere vero e reale ciò che giuridicamente vero non è? Non è che a furia di ripeterlo diventa vero….

Scusate, ma:

1) l’Europa non ci chiede l’abolizione del monopolio di SIAE, né lo fa la Direttiva Barnier, che invece disciplina come gli organismi di gestione collettiva (quelli gestiti dalla categoria, per intenderci) debbano operare con trasparenza, non discriminazione, efficienza, ecc… e come possano investire i propri ampli flussi di cassa senza correre rischi.
Basare questa convinzione sul considerando 19 è assai debole, a me sembra anche in contrasto col considerando 12. Non mi pare che le opinioni di Antitrust e AGCOM siano decisive. Tant’è che sarà la Corte di Giustizia Europea prima o poi a dircelo come interpretare la Direttiva stessa in tale senso;

2) l’Italia non è quindi in procedura di infrazione, né ne corre il rischio;

3) l’Italia non è l’unico Paese ad avere il monopolio legale (c’è anche la Repubblica Ceca). Per quanto non sia una grande notizia (e non è di certo una giustificazione) è però un fatto: non siamo “gli unici” o i “diversi”;

4) Il motivo per il quale in tutti i Paesi d’Europa dove non c’è il monopolio legale il “sistema” si è organizzato col monopolio di fatto è espresso tra le righe nel video di MusicOff con Massimo Varini: sportello unico per gli utilizzatori (quindi gestione più semplice); aggio più basso per la categoria grazie alle economie di scala; la categoria, unita, gestisce se stessa. Quindi è il sistema più efficiente e tutelante. Non lo dico io. Lo dice come la gestione è organizzata negli altri Paesi Europei.

5) Addirittura, la stessa Corte di Giustizia Europea, in una causa contro il monopolio legale di OSA (la “SIAE” CECA) del 2014 (C-351/12) specifica che “tale restrizione (il monopolio legale) è giustificata, essendo tale sistema adeguato e necessario ai fini del conseguimento dell’obiettivo della gestione efficace dei diritti di proprietà intellettuale. Infatti, allo stato attuale del diritto dell’Unione, non sussistono altri metodi che consentano di raggiungere lo stesso livello di tutela dei diritti d’autore. Pertanto, la Corte conclude che il monopolio accordato dalla legge ceca all’OSA è compatibile con la libera prestazione dei servizi“.

Ora, ciò detto, e già dirlo sembra di andare contro corrente, premetto che questo post non è a difesa né di SIAE, né della moglie del Ministro o del Ministro stesso che sanno benissimo difendersi da soli e che affronteranno le eventuali conseguenze delle eventuali inopportunità politiche, se ci fossero mai, davanti a chi hanno responsabilità….

Però credere che il monopolio di SIAE sia rimasto per un voto di scambio (che comunque non c’è) mi pare veramente superficiale.
Nessuno prende in considerazione che il Ministro abbia semplicemente preso atto in buona fede e consapevolezza che la liberalizzazione è, al momento attuale, controproducente nel nostro Paese, anche per altre ragioni (vigilanza del mercato, scarsa cultura del diritto d’autore nazionale, sistema giudiziario inefficace alla tutela, lotta alla pirateria, categoria frammentata, ecc..)? Cioè, che, semplicemente, abbia dato retta alla maggioranza della categoria, in considerazione di tutto quanto sopra? Lo ripeto, la Direttiva Barnier non chiede l’abolizione del monopolio, è quanto meno dubbio, non è che a continuare a sostenere il contrario diventa vero, eh!

Quindi? Adesso viene da farsi delle domande….sul serio, però e scusate se sono diretto, cari colleghi. Ma a me le domande mi vengono…e le rivolgo alla “categoria”, nulla questio sugli imprenditori, che fanno giustamente il loro business e lo perseguono nel modo che preferiscono alla loro utilità, come giusto e stabilito dalla legge… mi rivolgo invece ai miei colleghi, avvocati, autori, editori, amici.

1) Innanzitutto viene da chiedersi: come MAI incredibilmente agli Enti di Gestione Indipendenti (cioè le collecting fatte da imprenditori e con scopo di lucro) NON si applicano (per una assurda scelta del legislatore italiano) gli stessi obblighi imposti dalla Barnier agli Organismi di Gestione Collettiva (gestiti invece dalla categoria e senza scopo di lucro) e cioè quegli obblighi di trasparenza, flessibilità di mandato, democraticità equa, non discriminazione, scelta di come gestire il patrimonio e i proventi finanziari in maniera prudente, ecc.? Vi sembra giusto in un mercato potenzialmente concorrenziale? A me no!

Praticamente il legislatore dice: “se tu avente diritto lasci un Organismo di gestione collettiva senza scopo di lucro e gestito dalla categoria, che ha regole definite e tutelanti, per un Ente di Gestione Indipendente (un imprenditore privato con scopo di lucro), fai un salto nel buio a tuo rischio: questi soggetti non sono tenuti ad alcun obbligo analogo. Non potrai sapere: chi hanno alle spalle questi imprenditori, quali fondi di investimento li finanziano, come gestiscono la propria azienda, con quale criterio oggettivo danno gli anticipi per fare campagna acquisti, mancando uno storico, che succede se “saltano”, cosa fanno dei tuoi soldi. Sappilo: avrai solo un servizio!!!”
Ma non vi pare questa la questione su cui riflettere??

Questi imprenditori per fare il proprio sacrosanto business:

– attaccano il sistema democratico degli OGC, ma al loro interno non c’è democrazia: gli aventi diritto sono meri clienti.

– Questionano su come le OGC, attraverso i propri organi sociali (=la categoria) decide di investire, in piena legalità e conformemente alla Direttiva Barnier (che impone tale scelta agli organi stessi, con criteri prudenziali e di certezza) i propri proventi finanziari, fisiologici nel delta incasso dei diritti-pagamento ai membri, normalmente utilizzati per abbassare l’aggio e creare un beneficio in termini di costi, e assicurano la stabilità del proprio patrimonio (sì anche in investimenti immobiliari se possono mettere al sicuro il capitale finanziario… la Barnier lo prevede! Per quanto in “famiglia” abbiamo opinioni diverse è una scelta della categoria e se fosse fallimentare sarebbe da rivedersi all’interno delle scelte fatte dagli organi sociali stessi), ma non devono informare su come gestiscono il proprio patrimonio e dove investono o con quale criterio oggettivo riconoscono un anticipo a un avente diritto o pensano di recuperarlo se non hanno ancora incassato una licenza a suo favore.

– Attaccano le conseguenze della falsa programmazione (e cioè il campionamento), ma non ci dicono come loro gestiscono internamente la falsa programmazione e come gestiscono tutti i compensi che NON si possono raccogliere in analitico (e ce n’è sempre, è fisiologico…).

– Mettono in cattiva luce le OGC per porsi come alternativa credibile, dove però il lucro è il loro e non c’è altrettanto dovere di trasparenza.
Per carità, se io fossi un imprenditore e la legge non mi obbligasse a farlo, di certo non darei queste informazioni strategiche del mio business. Ma così è. Gli EGI non sono costretti agli stessi obblighi delle OGC. Che mercato concorrenziale è? (direi che questa parte della Direttiva in Italia non è proprio stata attuata proprio come la Direttiva stessa prevedeva…)

2) Ma perché quella parte della nostra categoria scontenta (e una parte lo è sempre, siamo in democrazia, è giusto…), non è uscita da SIAE e ha fondato la propria OGC alternativa senza scopo di lucro? E perché questo evento non ha avuto luogo negli altri Paesi d’Europa dove il monopolio legale non c’è e questo ha sempre potuto accadere, liberamente? Se davvero “avere alternative” è bello e facesse bene “al sistema musica”, allora perché negli altri Paesi c’è solo la collecting nazionale (non imposta per legge, ma scelta dalla categoria)?

Non mi dite perché all’estero le collecting funzionano meglio che da noi e siamo sempre gli ultimi. Chiunque lavora nel nostro settore e gira il mondo, o partecipa agli incontri internazionali, sa che le nostre collecting nazionali, sono tra le migliori società del mondo (si, anche la SIAE…in vari ambiti della sua attività è una leader: gettito pro capite, analiticità, aggio, multimediale). Nel diritto d’autore, in particolare, all’estero questo gettito di proventi con questo livello di analitico con questo aggio ridotto se lo scordano…e sapete perché, proprio perché è monopolista, multibranca, con funzioni filopubbliche di vigilanza e una rete capillare sul territorio di monitoraggio…

Forse che i nostri cugini oltralpe non si sognerebbero mai di dare il proprio stipendio in mano a degli imprenditori o dividersi?
Forse che il monopolio (di fatto o di diritto) è ancora il sistema più tutelante come dice la sentenza di cui sopra?
Forse allora che sono questi imprenditori, oggi “paladini” della categoria e della libertà di scelta, gli unici ad avere interesse nella liberalizzazione per potere entrare in un business da milioni di euro l’anno solo in Italia e miliardi in Europa?

3) Questo è il tema per me ed è il senso del mio post. Può anche cadere il monopolio legale, ma la prima alternativa che viene in mente sono gli imprenditori? Perché la categoria dovrebbe mettere i propri stipendi e la gestione del proprio lavoro in mano a degli imprenditori, anziché gestirseli democraticamente in proprio, senza lasciare lì l’utile dell’imprenditore?
A me viene da dire: se qualcuno lavora bene o avesse tecnologie che non ho, deve lavorare per me, lo ingaggio, subito. Non divento io un suo cliente e decide lui il da farsi.
“Tutti i problemi della categoria ce li gestiamo in categoria, grazie! Ci organizziamo e facciamo noi, molto bravo, ma grazie davvero!”

4) Davvero siamo così poco coesi che basta che arrivino gli imprenditori coi “soldi in bocca” di anticipo (da recuperare, a proprio rischio personale), o infangando in ogni modo quanto abbiamo costruito insieme in decenni ed è nostro, fuori da ogni principio di non discriminazione per spaccare la categoria, dandoci una parvenza di interesse immediato?
Siamo una categoria debole, come tutte le categorie. Siamo la parte contrattuale debole. Siamo sempre sotto ricatto e scacco. Solo uniti siamo forti, in Italia e in Europa davanti ai grandi colossi mondiali che oggi pagano troppo poco i diritti agli aventi diritto (VALUE GAP, la sfida delle prossime generazioni!).

Stiamo cercando di unirci a livello europeo per queste grandi sfide e poi ci spacchiamo a livello nazionale? Ma perché? Ma che senso ha?
I nostri colleghi inglesi, non proprio gli ultimi scemi in questo business considerando quanto incassano dall’estero grazie all’export della propria musica, nell’ultimo decennio hanno prima unificato la società degli autori del fonomeccanico (MCPS) e quella delle pubbliche esecuzioni (PRS) e ora puntano a fare l’Hub unico diritti d’autore e connessi (con PPL), mentre nel frattempo costruiscono hub tra collecting per affrontare Google, Netflix, Apple, con licenze multiterritoriali su base continentale …non dice nulla?

Oggi i Don Chisciotte sono le OGC contro i colossi internazionali, non le start-up di imprenditori contro le OGC!!!

Ma davvero vogliamo scenari in cui, in questo momento di globalizzazione, ci dividiamo per fare far soldi a degli imprenditori? Allora, lo dico provocatoriamente, tanto vale che Google apra un ente di gestione indipendente (scenario possibile, peraltro) e ci iscriviamo tutti da loro…almeno loro sanno tutto ciò che viene usato online; però tanti saluti al nostro potere contrattuale.

Ci rendiamo conto delle ricadute che queste scelte hanno sul “sistema musica”? Abbiamo fatto degli scenari, ne siamo consapevoli?
Quanti soldi perderemmo complessivamente in un nuovo scenario dove saremo meno forti e ci fosse più incertezza di come il sistema funziona sia per gli utilizzatori che per le collecting?
Che conseguenze avrebbe un molteplice prelievo per un utilizzatore italiano? Quali confusioni? Ci sono stati degli studi in tale senso? Ci sono alternative strutturate migliorative? Ha senso creare una supercollecting, con funzioni di mera raccolta e controllo, allungando il processo ripartitorio, solo per dare a degli imprenditori privati la possibilità di fare business sui creativi?
Il sistema dovrebbe riconfigurarsi in N anni…quanti soldi ci perdiamo nel frattempo? Qual è il reale costo di questa scelta? Siamo consapevoli di questo? E tutto questo perché? Qual è la reale ragione di questa scelta?

Facciamo come con la liberalizzazione della gestione dei diritti connessi??? Chiediamo una liberalizzazione senza avere studiato la soluzione migliore PER LA CATEGORIA, e non per gli IMPRENDITORI o gli UTILIZZATORI!?!?! Gli effetti sono noti a tutti…è stato un disastro sinora…non abbiamo ancora regole certe dopo 5 anni, abbiamo bruciato soldi e tempo, sono aumentati i conflitti e le divisioni (per la gioia degli utilizzatori!): allora non abbiamo imparato nulla!

5) E poi, scusate, conosciamo davvero l’alternativa che ci viene proposta? E’ davvero così conveniente? Fate voi le vostre comparazioni, informatevi. Che politica fanno poi queste società di imprenditori a favore della categoria? Fanno campagne? Gestiscono tutti i diritti o solo alcuni? Perché? Raccolgono anche dall’estero (dove e cosa)? Raccolgono anche per altre forme d’opera (musical, teatro, ecc.)? Hanno tariffe più alte al pubblico? Aggio più basso? Migliore capacità di raccolta e monitoraggio sul territorio? Fanno servizi particolari a favore della categoria, che so, bandi, finanziamenti, tutela generale, beneficienza o assistenza, mutua sanitaria? Deposito con valore legale? Evitano conflitti di interessi (cioè non sono utilizzatori o titolari di diritti come ad esempio editori)? Sono democratiche e trasparenti?

Io non discuto il legittimo diritto di un imprenditore di fare affari. Non ce l’ho con le EGI, ma tengo alta la soglia di attenzione perché è un passaggio epocale.
Quando gli autori ed editori francesi fondarono la SACEM, potevano benissimo mettere in mano tutto al loro avvocato che gli organizzava il business a percentuale e invece hanno deciso che il loro avvocato avrebbe lavorato per loro. Qui c’è il nocciolo di quello che dico.
Come dicevo non sto difendendo né SIAE né Franceschini né il monopolio, del quale non sono apriopristicamente un sostenitore. Ogni sistema in teoria può funzionare, anche se i fatti, in Europa, ci dicono che i monopoli di fatto sono quelli che funzionano meglio. Chi non sa leggere oltre a questo non vede il centro delle mie riflessioni.
Mi turba che si faccia disinformazione e si sia superficiali, quasi demagogici, in scelte che hanno un impatto pesante su tutta la filiera, tanto più se l’abolizione “del monopolio legale” viene chiesta non dalla categoria allo scopo di fare una propria collecting, ma da imprenditori privati e dai colleghi che parlano a favore di imprenditori, peraltro come se fosse “necessario” o “chiesto dall’Europa”. Non è così e il motivo c’è, condivisibile o meno, e non è un inciucione.
Mi turba che la categoria non si ponga problemi a cercare, preferibilmente insieme, altre alternative al malcontento che eventualmente prova. Innanzitutto basterebbe prima informarsi. E per gli informati, invece, basterebbe parlarne insieme o dobbiamo sventolare le bandiere della rivoluzione e buttare all’aria tutto il nostro mondo a slogan senza prima avere valutato tutte le alternative e le strade percorribili e le loro conseguenze?

Forse il monopolio legale cadrà, prima o poi. E quindi veniamo al dunque. Con quale nuovo assetto, può realmente funzionare in massima efficienza il settore a beneficio della categoria? Da chi vorremmo fare gestire i nostri soldi? Chi deve lavorare per noi?

Davvero la prima alternativa, l’unica risposta ai vari malcontenti, è dare in mano i propri stipendi e la gestione delle proprie opere agli imprenditori o possiamo immaginare di migliorare internamente, con la nostra partecipazione, ciò che abbiamo ed esiste già o, al limite, creare una alternativa di categoria, senza scopo di lucro? Questo deve farci riflettere.
Ogni riforma va pensata nel bene della categoria e fare gestione collettiva è un lavoro che non si improvvisa. Si gestiscono gli stipendi dei creativi.

Secondo me la categoria non è abbastanza consapevole di quanto sta accadendo.
Si spacca…come tra tifoserie, polemiche, sospetti, colpi bassi e martiri mediatici…

Sapete cosa penso, che sarebbe ora di ritrovarci in famiglia a discutere dei NOSTRI diritti e di come NOI li vogliamo gestire INTERNAMENTE al meglio, partecipando attivamente con la nostra presenza, voto o tempo al progresso della nostra categoria (e scusate se mi ci metto dentro immeritatamente anche io come piccolo autore o artista), pensando al nostro bene collettivo, e non individuale…se no ce lo meritiamo, ci meritiamo tutto il difetto di cui ci lamentiamo, che sia per come è gestita la nostra famiglia o per come sarà il mercato domani, qualunque assetto troverà.
Penso che dovremmo informare meglio i nostri colleghi e le istituzioni.

Scusate, ho avuto un momento di lucidità, ma AM PAR AD SUGNAR! (Dal Bolognese…”mi pare di sognare..”).”

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Autore

Andrea Marco Ricci

Avvocato, dottore di ricerca in Informatica Giuridica e Diritto dell’informatica, docente, divulgatore. È il promotore, fondatore e presidente di Note Legali, Associazione italiana per lo studio e l’insegnamento del diritto della musica.