SIAM: giornata di confronto e musica contro i tagli a cultura e spettacolo organizzata dal SIAM con la collaborazione del Jazz Club Torino

Riceviamo il seguente comunicato stampa da parte del SIAM:

LA MUSICA AI TEMPI DELLA RECESSIONE
Giornata di confronto e musica contro i tagli a cultura e spettacolo
organizzata dal SIAM con la collaborazione del Jazz Club Torino

Tutti i musicisti, di tutti i generi musicali, sono invitati a partecipare
numerosi

Torino, 15 dicembre 2008
Presso la sede del JCT in piazzale Valdo Fusi – Giardini d’inverno

Ore 16,30
TAVOLA ROTONDA
Con la partecipazione delle forze politiche, degli amministratori, delle
associazioni e dei musicisti piemontesi

Ore 19,30
BUFFET

Ore 20,30
CONCERTO
offerto alla Città dai migliori musicisti di jazz, di musica classica e
d’autore

LA MUSICA AI TEMPI DELLA RECESSIONE

La grande mobilitazione contro la drastica riduzione dei finanziamenti
pubblici destinati a scuola, università e ricerca, ha riempito le piazze e
impegnato il dibattito pubblico italiano. Ma la politica dei tagli
indiscriminati imposta dal governo non si è limitata a questi settori
cruciali della vita sociale. I tagli fatti alla cultura e allo spettacolo,
settori per i quali l’Italia già investe pochissimo, un quinto degli altri
grandi paesi europei, sono molto più draconiani, prevedendo un’ulteriore
riduzione del 17% del FUS, che scivola a 378 milioni.

Il FUS, la dotazione di risorse annualmente destinate dal Ministero della
Cultura allo spettacolo italiano nel suo complesso, rappresenta circa il 45%
dei finanziamenti pubblici complessivi, mentre il rimanente 55% viene
erogato da Regioni e enti locali.
Il FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) finanzia le fondazioni liriche, il
teatro, la danza, il cinema, il circo, le bande e il resto della musica. La
parte del leone la fanno tradizionalmente le fondazioni alle quali va quasi
la metà degli stanziamenti che naturalmente non bastano, perché a valore
reale sono fermi da vent’anni. La trasformazione degli Enti in Fondazioni di
diritto privato avrebbe dovuto aprire le porte ai capitali privati che però
si sono ben guardati dall’entrarci in maniera significativa. Qualcuno dice
che i disastrosi tagli non riguardano la maggioranza dei musicisti. Ma è
proprio così?

La decisione del governo di salvare solo i gioielli di famiglia, La Scala e
Santa Cecilia, per demandare alle città ed alle regioni che ospitano le
altre fondazioni liriche l’onere di finanziarsi i propri teatri, se vogliono
salvarli dalla bancarotta, avrà un solo esito possibile, possiamo
scommetterci. Le risorse degli enti locali destinate alla cultura, già erose
dal mancato gettito dell’ICI, saranno dirottate in buona parte alle
fondazioni e per il resto della musica grande sforzo sarà dedicato alle
iniziative amatoriali, quelle a costo zero o giù di lì, a quelle
folcloristiche, per preservare l’identità italiana dall’invasione di arabi,
neri e cinesi e, ogni tanto, a qualche grande evento pop offerto al popolo,
come richiede l’antica tradizione del panem et circenses.

Applicando l’abusato espediente di nascondere i tagli dietro l’esigenza di
rinnovamento, di razionalizzazione, di lotta agli sprechi ed ai privilegi, e
l’intramontabile tecnica di mettere in competizione al ribasso garantiti e
precari, il Ministro Bondi ha presentato i tagli al FUS come una medicina
amara ma necessaria per porre fine ai privilegi di cui godrebbero i
dipendenti delle Fondazioni lirico-sinfoniche. Su questo tema il SIAM si è
ripetutamente espresso ed è stato facile profeta quando invitava,
inascoltato, la minoranza dei colleghi dotati di maggior potere contrattuale
a creare un fronte unico con la maggioranza dei colleghi “discontinui”, come avviene in Francia, allo scopo di sostenere insieme e con maggior forza le
ragioni della musica nel suo complesso, pena un arretramento generalizzato.
Crediamo che i colleghi delle Fondazioni paghino oggi la loro sordità ed il
loro isolamento sociale, con grave danno per tutti, perché nelle intenzioni
del governo non c’è sicuramente la volontà di razionalizzare, tanto meno di
riequilibrare l’utilizzo delle risorse a favore di tutta la musica, ma
semplicemente la volontà di tagliare in un settore che ritiene secondario.

Il combinato disposto fra la contrazione del lavoro in conseguenza dei tagli
e la mancanza di un sistema di sicurezza sociale dello spettacolo,
seppellito dalle cure dimagranti dei precedenti governi, costringerà molti
musicisti ad andare a ingrossare le fila dei disoccupati, peggiorerà le
condizioni di chi resiste e inaridirà la vita sociale e culturale del paese.

La questione va allora affrontata su più fronti, quello della quota di PIL
destinata al finanziamento delle attività musicali e dello spettacolo, una
delle più basse in Europa, quello di una ridistribuzione che tenga conto
della pari dignità culturale di tutti i generi musicali e della ricaduta
sociale (rapporto costi-fruitori) e, ultimo ma non meno importante, quello
delle tutele sociali dei lavoratori dello spettacolo. A questo proposito la
Risoluzione europea del 2007 sullo Statuto sociale degli artisti fotografa
bene la realtà ed i problemi dei settori creativi individuando una serie di
interventi per il loro superamento, proprio a partire dalle condizioni di
vita e di lavoro degli artisti.

In un periodo di crisi e recessione che si profila lungo e difficile diventa
ancor più necessario un riordino complessivo che metta fine a palesi
ingiustizie e discriminazioni e la creazione di un regime di tutele
specifiche che sappia rispondere ai bisogni fondamentali dei lavoratori del
settore, artisti e non: pensioni, integrazione del reddito, malattia,
maternità, sicurezza sul lavoro, ecc.. nella convinzione che lo sviluppo
della musica e dello spettacolo, e dell’economia che generano, è possibile
solo restituendo dignità agli artisti ed agli altri lavoratori impegnati nel
sempre più difficile compito di diffondere cultura e svago.

Per contrastare la deriva anticulturale, facilmente prevedibile nell’attuale
contingenza di lacrime e sangue in cui la sciagurata corsa dell’Occidente
verso la quantità mai sazia ci ha spinti, è indispensabile che tutti i
lavoratori impegnati nelle produzioni artistiche e nello spettacolo,
indipendentemente dal ruolo che svolgono e dal paese in cui operano si
uniscano, in nome del diritto alla cultura e dei diritti del lavoro. Un
primo passo in questa direzione è rappresentato dalla nascita della
Federazione Italiana degli Artisti fra il SIAM ed il SAI, il sindacato degli
attori.

Perché il lavoro resta l’architrave su cui poggia la produzione di ricchezza
della nostra società e l’identità della stragrande maggioranza dei
cittadini.
Perché la cultura risponde ai più profondi e veri bisogni degli esseri
umani: riempire la propria esistenza di significati, sviluppare le proprie
facoltà intellettuali, saper guardare oltre l’esistente, riappropriarsi del
proprio futuro, trovare nella ragione del logos ma anche nelle emozioni
dell’arte il senso del nostro stare insieme. Questo e altro ancora vuol dire
cultura, non certo circondarsi di sempre nuovi e mirabolanti gadget
digitali.

Grazie e a presto!
Sindacato Italiano Artisti della Musica
“.

Fonte: SIAM.

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