La copia privata è un compenso e non una tassa: la SIAE risponde alle polemiche

Ferma la replica di SIAE in seguito alla presa di posizione dichiarata da Stefano Parisi, amministratore delegato di Fastweb, relativa alla proposta di applicare il compenso da copia privata anche ai nuovi apparecchi tecnologici.

Nei giorni scorsi Parisi, a nome di Asstel – l’associazione che raccoglie gli operatori telefonici – ha infatti stigmatizzato il fatto che “Siae vorrebbe estendere la tassa attualmente in vigore sugli apparati che consentono la duplicazione dei contenuti, come i videoregistratori e i masterizzatori anche ai telefonini e ai pc”.

Apparentemente questa dichiarazione contiene un errore di fondo: il compenso per copia privata infatti non è una tassa, ma una remunerazione per il lavoro di autori, editori, produttori, artisti interpreti. L’intera industria di contenuti e l’intero mondo della cultura sono consapevoli dell’importanza di questo fatto. Non riadeguare le tariffe per questo diritto e non rapportarle alle nuove tecnologie, significa penalizzare fortemente l’intera industria italiana dei contenuti. Per questa ragione la Siae replica fermamente a chi si oppone ai diritti degli autori e dell’industria culturale, rifiutando di adeguare – secondo lo spirito delle norme – i compensi alle nuove tecnologie, come avviene o è già avvenuto in altri Paesi europei.

La copia privata è infatti la possibilità che viene data all’utente, nella stragrande maggioranza dei Paesi europei (in Gran Bretagna è vietata), di effettuare una copia personale delle opere dell’ingegno fono e video. Una direttiva europea del 2001 stabilisce che, a fronte di questa possibilità offerta, venga corrisposto un equo compenso ai titolari dei diritti delle opere riprodotte per uso privato (autori, produttori fono, produttori video, artisti interpreti ed esecutori). Tale compenso già oggi è applicato sui supporti tradizionali, come cd, dvd, ecc. In tutti i Paesi europei anche i prodotti frutto delle nuove tecnologie di riproduzione (telefoni cellulari, hard disk, chiavette usb, ecc.) vedono l’applicazione di questo compenso: solo in Italia, da più di sei anni, sfuggono alla giusta remunerazione dei titolari dei diritti.

L’Italia può quindi definirsi una sorta di “paradiso” per l’industria dell’ICT che, mentre corrisponde tali diritti all’estero, vorrebbe continuare a non corrisponderli nel nostro Paese. I prezzi di questi prodotti tecnologici, però, in Italia non sono minori che altrove, anzi in taluni casi sono ancora più alti. Dove finiscono dunque i compensi che i produttori di ICT dovrebbero corrispondere in Italia ai titolari dei diritti?

E’ da precisare che l’ente pubblico SIAE incassa e riversa ai titolari dei diritti i compensi di copia privata: è strumentale e demagogico ritenere che su questa posta la SIAE voglia provvedere ad esigenze di bilancio di cui non ha bisogno. Attaccare la SIAE, senza pensare ai danni economici subiti dal complesso mondo industriale e artistico che ruota intorno ai “contenuti” dell’ICT, puo’ apparire comodo, ma è quanto mai errato. Questi contenuti sono già pagati dai consumatori, sui quali non dovrà cadere nessun aggravio: il prezzo del prodotto tecnologico che oggi si acquista non dovrà aumentare ma, come avviene in tutta Europa, l’equo compenso dovrà remunerare i veri titolari dei diritti.

Nota positiva, sulla quale SIAE concorda con Stefano Parisi, è la grande sensibilità che il Ministro Bondi ha già dimostrato nell’inaugurare il tavolo di consultazione sul decreto: il Ministro ha infatti sottolineato con forza come sia necessario – senza gravare sui consumatori – trovare il giusto equilibrio tra gli interessi dell’industria dell’ICT ed i giusti diritti di chi, a tutti i livelli, produce cultura nel nostro Paese.

Fonte: SIAE

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