Mentre il legislatore italiano scriveva le proprie norme in tema di intelligenza artificiale, sul piano internazionale si è aperto — e in parte già concluso — un contenzioso massiccio che illumina concretamente i rischi per il settore musicale e prefigura gli assetti futuri. Vale la pena fare il punto.
Le cause americane contro Suno e Udio
A giugno 2024 la RIAA, per conto di Sony Music Entertainment, Universal Music Group e Warner Records, ha depositato due cause distinte negli Stati Uniti contro i generatori musicali Suno AI e Udio AI, accusandoli di aver riprodotto e incorporato nei propri modelli di training registrazioni fonografiche protette “su una scala quasi inimmaginabile”, senza autorizzazione né compenso. I danni teoricamente azionabili ammontano a 150.000 dollari per ogni singola registrazione violata. Le cause hanno avuto uno sviluppo articolato: entrambe le piattaforme hanno risposto difendendosi con l’argomento del fair use (la disciplina americana del copyright che permette usi limitati di opere altrui senza licenza), pur ammettendo di aver addestrato i propri modelli su musica protetta. Nel novembre 2025 Warner Music Group ha raggiunto un accordo con Udio, e poi con Suno — accordi che includono licenze commerciali e il passaggio a nuovi modelli addestrati su contenuti licenziati. UMG ha fatto lo stesso con Udio, mentre il contenzioso UMG-Suno prosegue ancora. Il quadro, quindi, si sta orientando progressivamente verso accordi di licenza, mentre le cause degli artisti indipendenti — che contestano anche la somiglianza degli output con i brani originali, non solo le pratiche di addestramento — rimangono attive e potrebbero produrre le prime sentenze nel corso del 2026, inclusa una probabile pronuncia sul fair use che sarebbe di portata storica.
Il caso Anthropic e i testi musicali
Sempre negli USA dal 2023 è in corso una causa di UMG, Concord Music e altri contro Anthropic per la riproduzione di testi di canzoni protette da copyright (le parole di noti brani) da parte del modello Claude. Il caso è ora pendente in California ed è particolarmente significativo perché riguarda non il training in sé, ma gli output del sistema: la riproducibilità di testi protetti da parte di un modello conversazionale.
Il fronte degli artisti indipendenti
Nel 2025 un gruppo di musicisti indipendenti guidati dall’artista country Tony Justice ha avviato class action contro Suno e Udio, contestando n le pratiche di addestramento e la riproduzione di specifici elementi sonori nei brani generati. A dicembre 2025 si sono aggiunti nuovi ricorrenti con analoghi reclami contro la società cinese Kunlun Tech, a conferma che la geografia del contenzioso si va globalizzando.
L’indicazione del Copyright Office americano
A maggio 2025 il Copyright Office degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto significativo secondo cui la dottrina USA del fair use non copre l’addestramento di IA su opere creative espressive — come la musica — quando il fine è generare output “sostitutivi” degli originali. Un orientamento autorevole che sta influenzando i giudici e che in parte contrasta con alcune pronunce favorevoli alle tech companies. Il 2026 sarà l’anno in cui i tribunali americani dovranno sciogliere questi nodi, e la portata di quelle decisioni si rifletterà inevitabilmente sulle dispute che potrebbero nascere anche in Italia e in Europa.
In sintesi: il quadro giurisprudenziale internazionale ci dice che il training non autorizzato su opere protette è oggetto di contestazione crescente, che i grandi operatori preferiscono accordi di licenza alla battaglia legale (ma solo quando costretti), e che la questione degli output somiglianti agli originali è un fronte ancora aperto e potenzialmente dirompente. Tutti elementi di cui chi opera nel settore musicale italiano deve tenere conto, anche nel valutare le clausole dei contratti con le piattaforme AI che usa.
Il fronte politico e sindacale internazionale: il caso britannico e la protesta degli artisti
Mentre i tribunali procedono con i loro tempi, sul piano politico-sindacale la musica ha trovato una voce insolitamente unitaria e potente.
Il caso più clamoroso è quello britannico: il governo Starmer, con l’obiettivo di fare del Regno Unito un polo dell’IA globale, ha proposto di introdurre nel paese un sistema di opt-out in stile europeo che avrebbe consentito alle tech company di addestrare i propri modelli su qualunque opera protetta a meno che il titolare non avesse esplicitamente negato il consenso. La risposta del mondo musicale è stata immediata e trasversale: oltre 400 artisti e creativi — tra cui Paul McCartney, Elton John, Dua Lipa, Ed Sheeran, Kate Bush, Annie Lennox e Hans Zimmer — hanno firmato lettere aperte al governo, parlato in televisione e in Parlamento, e infine pubblicato su Spotify un “album silenzioso” intitolato Is this what we want? (composto da tracce senza musica che riproducono le atmosfere di studi di registrazione e sale prove vuoti: una protesta sonora — o meglio, silenziosa — contro il rischio di svuotamento del valore creativo). La Camera dei Lord ha approvato un emendamento — poi contrastato dal governo — che avrebbe imposto alle aziende AI di ottenere il consenso esplicito dei titolari, non il contrario. Un nuovo quadro legislativo nel Regno Unito non è atteso prima del 2026.
È il segnale che il settore creativo sta progressivamente organizzando una risposta politica strutturata alle pretese delle piattaforme AI, e che il tema dell’opt-out — che è la medesima questione aperta dall’art. 70-septies introdotto dalla nostra Legge 132/2025 — è diventato il principale campo di battaglia nei prossimi anni sia in Europa che nel mondo anglosassone.
Il panorama tecnologico che cambia: i nuovi strumenti da conoscere
Non si può ragionare di diritto senza tener conto della velocità con cui la tecnologia corre.
Nel febbraio 2026 Google ha integrato nel proprio assistente Gemini la funzione di generazione musicale basata su Lyria 3, il modello sviluppato da Google DeepMind: gli utenti possono generare tracce di trenta secondi a partire da un testo, una foto o un video, con o senza testo cantato. Il modello è disponibile globalmente per gli utenti maggiorenni in otto lingue e incorpora un watermark digitale (SynthID) che marca in modo invisibile i brani come generati dall’IA. Google ha dichiarato di non voler consentire la “mimesi” di specifici artisti, pur ammettendo che un prompt con il nome di un artista darà come risultato una traccia nello stile di quell’artista — una distinzione sottile che solleva nuove domande sia sul piano del diritto morale che su quello della concorrenza sleale. Significativamente: Google non ha divulgato i dati di addestramento di Lyria 3 e nel frattempo, negli Stati Uniti, è costretta a difendersi in tribunale da un gruppo di musicisti indipendenti.
Parallelamente, a fine febbraio 2026 ProducerAI — piattaforma di generazione musicale sostenuta dai The Chainsmokers — è entrata nel portafoglio di Google Labs, usando anch’essa Lyria 3 come motore. Si tratta di uno degli indicatori più chiari del fatto che la generazione musicale AI si sta consolidando all’interno di ecosistemi tecnologici enormi, accessibili a milioni di persone senza alcuna competenza musicale pregressa.
Spotify nel frattempo ha rimosso oltre settantacinque milioni di tracce “spam” generate da IA, e Apple Music ha comunicato di aver demonetizzato circa due miliardi di stream fraudolenti legati a musica artificiale nel 2025. La proliferazione non rallenta: la gestisce (non sempre bene).
Per chi fa musica professionalmente, questo panorama si traduce in due considerazioni concrete: da un lato, la musica generata da AI generica tenderà sempre più a saturare certi segmenti del mercato (library music, musica d’ambiente, colonne sonore di basso profilo) riducendo il valore percepito di quel lavoro; dall’altro, la creatività umana documentata e riconoscibile diventa il principale elemento di differenziazione — e di protezione legale.






